Terza e ultima parte. Quella in cui finalmente le cose cambiano — non perché qualcuno agita una bacchetta magica, ma perché a un certo punto mi sono guardata allo specchio e ho detto: così non si può andare avanti.
E ho fatto qualcosa.
Gli antidepressivi? No grazie
Il reumatologo mi prescrisse la cura. Tra i farmaci c’erano anche degli antidepressivi.
Li guardai. Rimisi tutto nel cassetto.
Capisco la logica — certi antidepressivi vengono usati per modulare la percezione del dolore, non solo per l’umore. Lo so. Ma io non ero depressa, avevo dolori. E la mia testa, in quel momento, non era pronta ad accettare quella parola su un foglietto prescritto a me.
Quello che invece presi sul serio furono i consigli pratici: alimentazione sana, cibi antinfiammatori, meno stress possibile. Perché lo stress, mi spiegò il medico, è uno dei principali fattori che scatenano le crisi. Come il freddo, la stanchezza, i cambi di stagione.
“Devi imparare a gestire la malattia,” disse.
Facile a dirsi. Ma aveva ragione.
Il part-time e la scoperta che non bastava
Prima mossa: ridussi il lavoro. Cambiai contratto, passai al part-time. Meno ore, ritmi più leggeri — un bar tranquillo invece del ristorante con le corse.
Stavo meglio? Un pochino. Abbastanza? No.
Passò un anno. Poi due. I dolori erano un po’ meno intensi, ma ancora lì, ancora presenti, ancora in grado di rovinare le giornate quando meno me lo aspettavo.
La Scrambler Therapy: ovvero quando il cervello va in confusione (di proposito)
Per caso — accompagnando un’amica da un medico — incontrai uno specialista del dolore. Gli raccontai la mia storia en passant, tanto per parlare.
Mi disse: “Guarda, sto facendo una sperimentazione sulla Scrambler Therapy per la Regione Lazio. C’è un posto anche per te, se vuoi.”
La Scrambler Therapy, mi spiegò, funziona così: si posizionano degli elettrodi sui punti di dolore, che mandano al cervello un segnale diverso — praticamente gli dicono smettila di urlare. Una specie di reset del sistema nervoso. Si usa anche per chi ha perso un arto e continua a sentire dolore dove l’arto non c’è più — il cervello è strano, e a volte va convinto con le buone.
Niente punture, niente farmaci. Mezz’ora al giorno, elettrodi attaccati, e aspetti.
Dissi sì.
E funzionò. Per la prima volta da anni sentivo davvero una differenza — non “abbastanza bene da lamentarmi meno”, ma proprio meglio.
La verità scomoda del medico del dolore
Poi, a un certo punto, lo specialista mi disse una cosa che non volevo sentire:
“Paola, il tuo lavoro non va bene per la tua malattia. Stare in piedi ore, portare peso con le mani, i ritmi della ristorazione — tutto questo peggiora la fibromialgia. Devi cambiare vita.”
Cambiare vita. A cinquantacinque anni. In un paese di quattromila abitanti dove le offerte di lavoro sono: bar, ristorante, e — se sei fortunata — bar.
Chi mi prende in un ufficio, alla mia età, qui? pensai. La risposta era ovvia.
La porta che mio fratello teneva aperta da anni
Tornai a casa e ci pensai. A lungo.
E mi resi conto che la risposta esisteva da anni — solo che non volevo guardarla in faccia.
Mio fratello, in Bulgaria, gestisce un’attività di famiglia. Da quando era morto mio marito mi ripeteva sempre la stessa cosa: “Vieni, aiutami, stai in ufficio, stai tranquilla.”
Ma dopo oltre trent’anni di vita in Italia, come fai a ricominciare? Come fai ad allontanarti dalle tue figlie, dai tuoi nipoti, dai tuoi amici, da tutto quello che conosci?
Continuai a lavorare. Continuai a peggiorare. La mia vita era diventata un cerchio chiuso: dal lavoro a casa, dal letto al lavoro. La sera non avevo energie per nient’altro — mi buttavo sul letto esausta e aspettavo la mattina per ricominciare. Un cane che si morde la coda, e pure stanco.
Alla fine, mi stufai.
La nuova vita — e finalmente respiro
Ho stravolto la mia vita. Di nuovo. Per l’ennesima volta sono ripartita da capo — questa volta tornando a Varna, in Bulgaria, dove sono nata.
Ho iniziato a lavorare mezza giornata da casa per l’attività di famiglia, con orari umani, senza alzare piatti e senza stare in piedi otto ore di fila. E per integrare, ho scoperto il mondo del lavoro online — qualcosa che posso fare da casa, ai miei ritmi, senza stress. Esattamente come prescrive il dottore. 😄
E sono migliorata. Molto, molto, molto.
Ho ancora i dolori — non ti racconto bugie, la fibromialgia non sparisce con un trasloco. Ma sono dolori vivibili. Gestibili. Ho imparato a riconoscere cosa li scatena e a evitarlo quando posso. Ho imparato a dire no allo stress — o almeno a provarci. Ho imparato, finalmente, a mettere anche me stessa nella lista delle priorità.
Questa è la mia storia.
E se sei arrivata fin qui, probabilmente in qualche pezzo ci hai visto anche un po’ della tua.
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