Ciao, mi chiamo Paola, e benvenuta su questo blog.
Prima di tutto, una cosa importante: non sono qui per fare la vittima. Non è il mio stile. Sono una persona allegra, mi piace ridere, e anche quando le cose si mettono male ho sempre trovato il modo di andare avanti — magari brontolando un po’, ma avanti.
Però ho una storia da raccontarti. Una storia lunga, con qualche colpo di scena, un bel po’ di dolore e — alla fine — una diagnosi che mi ha cambiato la vita. O meglio: che mi ha aiutata a cambiarla io.
Se hai la fibromialgia, o sospetti di averla, o semplicemente stai cercando qualcuno che capisca davvero di cosa parla — sei nel posto giusto.
Tutto iniziò con una tazza di caffè
Era il 2001. Lavoravo al banco dei salumi in un campeggio — un lavoretto stagionale, piacevole, fatto con delle amiche. Niente di pesante. Mi piaceva.
Poi, dopo circa un mese, le mie mani decisero di non collaborare più.
Prima i dolori alle dita, ai polsi. Poi una debolezza strana — non riuscivo a prendere i prodotti dal banco come prima, non avevo presa, non avevo forza. “Sarà la stanchezza,” mi dissi. “Lavoro tanto, è normale.”
E poi arrivò il momento della tazza di caffè.
Una mattina presi la tazza con una mano sola — come si fa, no? Come si è sempre fatto — e quasi mi cadde. Non avevo abbastanza forza per tenerla. Dovevo usare tutte e due le mani, come se fosse un vaso di cristallo preziosissimo, per portarmi il caffè alla bocca senza fare un disastro.
Ho trentaquattro anni, pensai. E non riesco a reggere una tazza.
Quel momento non lo dimentico.
La spiegazione per tutto
Per anni ho avuto una spiegazione pronta per ogni sintomo. È un talento, quasi.
I dolori alle mani? Il lavoro. La stanchezza cronica, quella sensazione di svegliarsi già a pezzi anche dopo otto ore di sonno? I turni, lo stress, la vita frenetica. I dolori che comparivano alle ginocchia, poi sparivano e ricomparivano alle spalle, poi al collo, poi dappertutto insieme come se il mio corpo stesse facendo un tour? Le protrusioni cervicali, mi aveva detto un medico. È normale.
Ero diventata maestra nel trovare giustificazioni logiche per cose che logiche non erano per niente.
Nel frattempo gestivo una famiglia, una casa tenuta alla perfezione — perché sono fatta così, l’ordine mi dà equilibrio — e un lavoro fuori casa. La mattina mi alzavo e la giornata era già piena prima ancora di iniziare.
“È la vita che faccio,” mi dicevo. “È normale sentirsi così.”
Spoiler: non era normale.
Il reumatologo e le mani di una vecchia
Quando i dolori diventarono davvero troppo, andai da un reumatologo. Avevo circa 35 anni, ero in forma, lavoravo — non ero certo l’identikit della persona malata.
Fece tutti gli esami. Artrite, artrosi, malattie reumatiche. Tutto negativo — niente di quello che cercava.
Però, guardando l’ecografia delle mani, mi disse con la faccia seria di chi sta per dire una cosa importante:
“Signora, le sue articolazioni sono consumate come quelle di una persona molto più anziana.”
Trentacinque anni. Le mani di una vecchia. Grazie, dottore, ottima notizia.
Mi prescrisse un miorilassante. Lo presi per due giorni — mi girava la testa, ero frastornata, non ero del tutto presente a me stessa. Al terzo giorno lo buttai e tornai a fare come sempre: sopportare in silenzio e andare avanti.
Non era la soluzione giusta, lo so. Ma in quel momento era l’unica che conoscevo.
— continua nella Parte 2 —
Anche tu hai passato anni a trovare spiegazioni per cose che non tornavano? Scrivimi nei commenti. Non sei sola — e soprattutto, non sei matta.
