Se hai letto la Parte 1, sai già che sono una che va avanti. Sempre. Anche quando forse sarebbe il caso di fermarsi un attimo e chiedersi: ma aspetta, sto bene?
No. Si va avanti. È il mio metodo collaudato.
Peccato che la vita, ogni tanto, decida di complicare le cose.
Quando il destino esagera
Gli anni passarono. I dolori andavano e venivano — ormai li conoscevo come vecchi coinquilini scomodi, quelli che non pagano l’affitto ma non se ne vanno mai del tutto.
E poi mio marito morì. Un infarto, improvviso. Che cosa vuoi fare? Piangi, ti disperi, e poi ti rialzi perché hai dei figli da crescere e le bollette non aspettano.
Non è cinismo — è sopravvivenza.
Però lo stress che arrivò dopo era di quelli seri. Silenzioso, costante, logorante. E il mio corpo, che già non era nella sua fase migliore, lo sentì eccome.
La menopausa a quarant’anni — un altro regalo
Come se non bastasse, a quarant’anni mi arrivò la menopausa precoce. Probabilmente un bel mix tra lo stress, il lutto e un corpo che aveva già dato parecchio.
E con la menopausa arrivò il pacchetto completo.
La memoria, prima di tutto. Quella memoria che prima funzionava — nomi, date, dove avevo messo le chiavi — sparì quasi del tutto. Non ricordavo i nomi delle persone, non ricordavo cosa stavo per dire, non ricordavo dove avevo messo le cose cinque minuti prima. Una confusione mentale totale, quella che si chiama nebbia cognitiva o brain fog — e che io, all’epoca, chiamavo semplicemente sto diventando matta.
I dolori? Sempre presenti, fedelissimi.
Ma almeno stavolta avevo una spiegazione: pochi ormoni, menopausa precoce, corpo in subbuglio. “È normale,” mi dicevo. “Passerà.”
Indovina un po’.
Il Covid e il vaccino che mi mise ko
Arrivò il Covid. Come per tutti, cambiò qualcosa.
Per me, quel qualcosa fu la terza dose di vaccino.
Dopo il terzo vaccino iniziarono i dolori. Non i soliti dolori — quelli li conoscevo. Questi erano di un altro livello. Fortissimi, continui, senza tregua.
Una reazione passeggera, pensai. Passò una settimana. Poi un mese. Poi due.
Al terzo mese ero a corto di pazienza e di spiegazioni.
Il medico, le analisi e il solito “non c’è niente”
Presi tutti i miei referti — anni di esami, visite, risultati — e andai da un altro medico. Ero già preparata mentalmente alla risposta classica.
E infatti: “Non c’è niente.”
Ma poi — e qui la storia cambia — alzò gli occhi dai fogli e disse: “Venga qui, che la visito.”
Iniziò a toccarmi dei punti precisi sul corpo. Ad ogni punto mi chiese: da uno a dieci, quanto fa male?
Ecco, diciamo che non fui molto silenziosa. Ad ogni punto. Non era esattamente una visita tranquilla.
Quando finì, mi disse: “Ha la fibromialgia.”
Finalmente un nome — e che sollievo
Mi spiegò cos’era. Una malattia cronica che causa dolore muscolo-scheletrico diffuso, rigidità, affaticamento e disturbi del sonno, e amplifica la percezione del dolore. Non si vede nelle analisi del sangue, non all’ecografia, non alla risonanza. Esiste eccome, però. Ed è reale, concreta, e per certi versi invalidante.
E io — lo so che sembra strano — ero contenta.
Contenta perché finalmente sapevo. Sapevo che non stavo diventando matta. Sapevo che quella memoria da gallina aveva una ragione. Sapevo soprattutto che non avevo un tumore al cervello — perché quando non ricordi niente e i medici non trovano niente, la mente tende ad andare nei posti peggiori. La mia ci era già andata diverse volte.
I dolori erano quelli che erano. Ma almeno avevano un nome.
E un nome, dopo anni di “non c’è niente, signora”, vale oro.
— continua nella Parte 3: La Consapevolezza —
Anche tu hai aspettato anni prima di avere una diagnosi? Raccontami nei commenti. Certe storie si somigliano più di quanto pensiamo.
