Fibromialgia e amici: come si comportano (e chi capisce davvero)

📌 Quello che leggi qui è la mia esperienza personale. Non sono un medico — sono una paziente che racconta la sua storia. Per qualsiasi dubbio sulla tua salute, consulta sempre il tuo medico curante.

C’è una cosa che la fibromialgia e amici hanno in comune: entrambi ti insegnano chi hai davvero intorno.

Non lo dico in senso drammatico — non voglio fare la vittima, non è il mio stile. Lo dico perché è semplicemente vero. Quando hai una malattia invisibile, che non si vede, che non si spiega facilmente, che cambia da un giorno all’altro… le persone reagiscono in modi molto diversi. E alcune reazioni, te lo giuro, non te le aspetti.


Fibromialgia e amici: quelle che capiscono davvero

Ho due amiche che mi capiscono davvero. Due. Le conto sulle dita di una mano con dita avanzate — ma valgono oro.

Una di loro, S., ha l’artrite reumatoide. Intendiamoci subito: non sto facendo confronti — la sua è una malattia autoimmune, una cosa completamente diversa dalla fibromialgia, per certi versi molto più pesante da gestire. Ma i sintomi, in gran parte, si somigliano: i dolori, la stanchezza, i giorni buoni e i giorni no, la fatica di spiegare agli altri perché oggi non riesci a fare quello che ieri facevi benissimo.

Con lei non devo spiegare niente. Sa già. E quella solidarietà silenziosa, quella comprensione che non ha bisogno di parole, vale più di mille “ma dai, sembri in forma!”


“Paola, dopo tanti anni in Italia non sai più parlare?”

Questa storia la racconto sempre, perché fa ridere — e quando fai ridere qualcosa di difficile, lo rendi un po’ più sopportabile.

Durante il periodo in cui era subentrata anche la menopausa, i vuoti di memoria erano peggiorati parecchio. Non solo dimenticavo le cose — facevo fatica a trovare le parole. Nel mezzo di una frase, la parola giusta spariva. Stavo lì, bocca aperta, mentre il cervello cercava freneticamente nel cassetto sbagliato.

Un giorno l’altra amica, A., molto simpaticamente, mi guarda e mi dice:

“Paola, dopo tanti anni in Italia non sai più parlare?” 😂

Aveva ragione, in un certo senso. Sembrava proprio quello. Cercavo le parole, mi bloccavo, ricominciavo. Come quando stai imparando una lingua straniera e hai il termine sulla punta della lingua ma non arriva.

Ci ho riso su. Bisognava riderci — altrimenti piangi.


I nomi. Quei maledetti nomi.

C’è un’altra cosa che mi faceva impazzire: i nomi delle persone.

Incontravo buoni conoscenti — gente che conosco da anni, non estranei — e il loro nome spariva. Spariva e basta. Li guardavo, sapevo benissimo chi erano, sapevo tutto di loro, ma il nome? Volatilizzato.

Il bello è che il nome tornava. Sempre. Ma con i suoi tempi — magari il giorno dopo, all’improvviso, mentre facevo altro — anche perché ci rimmuginavo sopra di continuo. Come se il cervello ci avesse lavorato tutta la notte e la mattina si presentasse soddisfatto: eccolo, il nome che cercavi.

Grazie, un po’ tardi però.

E poi c’era la variante telefonica. Quella che chiamo la telefonata urgente dell’innominabile. Chiamavo A. con grande urgenza:

“Senti, ti ricordi Tizio, l’amico del marito di Caia… come si chiamava la moglie? Non mi ricordo… è sulla punta della lingua…”

Silenzio dall’altra parte.

“Paola… ma perché ti serve adesso?”

“Non lo so, ci stavo pensando tutto il giorno — mi levo il pensiero.”

Che dire… tragicomico. 😅


La lista, credimi, è lunga. Molto lunga.

Queste sono solo le prime storie che mi è venuto spontaneo raccontare — quelle che mi tornano in mente quando penso agli anni in cui la fibromialgia era entrata in ogni angolo della mia vita, anche nelle amicizie.

Ce ne sono altre. E prima o poi le racconto tutte.


Se anche tu hai vissuto situazioni simili con i tuoi amici — nel bene e nel male — sappi che non sei sola. E che a volte l’unica cosa che puoi fare è riderci su, almeno un po’.

Sono Paola, e ci sono passata. 💚

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