Flare-up: cosa faccio quando ho una crisi acuta

Ci sono giorni in cui mi sveglio e so già. Quello che sta per arrivare è quello che chiamano flare-up fibromialgia: una crisi acuta che ti azzera senza preavviso. Non so come spiegarlo, ma il corpo lo sa prima di me. Il dolore è diverso — più intenso, più profondo — e quella stanchezza che conosco bene diventa qualcosa di pesante, come se qualcuno avesse messo dei mattoni dentro le mie ossa.

È iniziata una crisi.

Il segnale d’allarme

Tutto comincia con un aumento dei dolori, improvviso o graduale, e una stanchezza profonda che non c’entra niente con non aver dormito. È quella stanchezza che ti prende dentro, che ti fa fermare.

Poi arriva il momento in cui le gambe semplicemente non si muovono più. Non è rigidità, non è che trascini i piedi — è che le forze sono finite. Il corpo si spegne e basta. Mi fermo dove sono, anche solo per cinque minuti, perché non ho altra scelta.

Il problema di stare ferma

Qui c’è un paradosso che chi ha la fibromialgia capisce subito: muoversi fa male, ma fermarsi è peggio.

Se mi siedo per mezz’ora durante una crisi, non riparto più. Il corpo si blocca e rialzarsi diventa un’impresa. Per questo i viaggi in macchina, durante una crisi, sono un vero problema — distanze importanti diventano impossibili da gestire, perché so già che quando arrivo non riesco più a scendere.

Quanto dura?

Dipende. E questo è forse la cosa più difficile da accettare — l’imprevedibilità.

A volte è mezza giornata e poi passa. Di solito sono due o tre giorni. Ma mi è capitato di stare in crisi per una decina di giorni. Dieci giorni in cui ogni mattina speravi che fosse il giorno buono, e invece no.

Cosa faccio durante un flare-up fibromialgia

Quando lavoravo come cameriera e arrivava un flare-up fibromialgia, non avevo scelta: antidolorifici e avanti. Non c’era tempo per fermarsi, non c’era spazio per il dolore. Ignoravo tutto finché potevo, e pagavo il conto la sera.

Ora che lavoro da casa, posso finalmente fare quello che il corpo chiede davvero — e questa libertà, per quanto costata cara, ha cambiato il mio rapporto con la malattia.

Prendo l’antidolorifico se serve, ma soprattutto mi concedo di stare a letto. Con la borsa dell’acqua calda — il calore è una delle poche cose che aiuta davvero, almeno per me. E poi relax, silenzio, aspetto che passi.

Non c’è una formula magica. Non c’è un rimedio che risolve tutto in un’ora. A volte la cosa più coraggiosa che puoi fare è fermarti e aspettare.

Nel tempo ho imparato a riconoscere i segnali che precedono una crisi: il sonno ancora più frammentato del solito, una sensibilità esagerata agli odori o ai rumori, una rigidità mattutina che non si scioglie con il movimento, un’irritabilità che non riesco a spiegare. Non sempre riesco ad accorgermi in tempo — la vita continua, ci sono cose da fare — ma quando ci riesco, almeno in parte riesco a limitare i danni. Non è guarire, ma è imparare a convivere con la fibromialgia ogni giorno.

Una cosa che ho imparato

Dopo anni di fibromialgia, ho smesso di combattere le crisi a testa bassa. Le crisi fanno parte della malattia — non sono una sconfitta, non significano che stai andando peggio, non sono colpa tua. Ho capito che forzare senza ascoltare il corpo spesso prolunga la crisi invece di accorciarla. Il riposo non è una resa: è la strategia più intelligente che hai a disposizione. Dirtelo è facile — convincersene davvero è un lavoro lungo, ma vale la pena farlo. Anche il sonno disturbato è spesso legato alle crisi: ne parlo in un altro articolo del blog.

Sono il momento in cui il tuo corpo dice basta — e ascoltarlo è l’unica cosa sensata da fare.

Se anche tu le conosci, scrivimi nei commenti. Come le gestisci? Hai trovato qualcosa che aiuta?

Sono qui. 🤍

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